martedì 29 marzo 2011

Au Jardin du Luxembourg

.





Parigi l'ho amata ed odiata a fasi alterne. A volte, passeggiando per il Jardin du Luxembourg, mi dicevo che avrei voluto rimanerci per sempre, anche facendo il barbone. (...)
Una mattina, mentre stavamo seduti con Barbara su una panchina del Giardino e discutevamo animatamente in polacco, ci passò davanti un signore con una coloratissima tuta da ginnastica, le scarpe gialle e la polsiera tergisudore bianca al posto dell'orologio. Trotterellava elegantemente senza mostrare fatica, come uno che corre tutti i giorni. Con la coda dell'occhio ci guardò e rallentò l'andatura. Riconobbe la mia amica e, correndo all'indietro come un clown del circo, venne a salutarla con un sorriso sportivo, a trentadue denti. Scambiarono frettolosamente alcune frasi mentre lui continuava a saltellare sul posto. Poi riprese la sua strada di buona lena, scartando di lato con un plastico colpo d'anca. Chiesi chi fosse. - Ma non l'hai riconosciuto? E' Emil Cioran, - mi rispose. Ebbi un soprassalto di bile: - Ma come, questo disgraziato che per anni ci ha intortati col suo affascinante "Sommario di decomposizione" e sedotti con l'idea che la cosa migliore da fare sarebbe stata suicidarci, si mantiene in forma come un qualsiasi fighetto che non vuole invecchiare!-


da Vado a vedere se di là è meglio di F.M. Cataluccio ed. Sellerio


Emil Cioran
Jardin du Luxembourg  (info)
Jardin du Luxembourg ( mappa )                          
Emil Cioran
Emil Cioran ( Video )












                                                                                                                                         


.

domenica 27 marzo 2011

Michael







Qui il video definitivo di "Stranger in Moscow"



giovedì 24 marzo 2011

Stazioni







Sceso dal treno a Milano, il metrò era terra di nessuno per le voci di uno sciopero poi annullato all’ultimissimo istante. Sotto le rampe della stazione Centrale mi imbattei in un violinista: alto e dall’aspetto nobile, i cortissimi capelli grigi, faceva vibrare sulle corde un’aria che mi sembrò di una bellezza struggente ( la Danza Ungherese numero 5 di Johannes Brahms, avrebbe poi detto mia madre, e me l’avrebbe fatta riascoltare da un vecchio nastro ). Ai suoi piedi c’era la custodia nera dello strumento aperta e vuota, come se nessuno avesse voluto buttare un centesimo a quell’arcangelo, o lui si fosse appena materializzato lì solo per me. Superai l’indecisione, la vergogna di dare: mi avvicinai, mi svuotai le tasche delle molte monete che avevo, e per farlo, poiché la borsa a tracolla e la cartelletta mi intralciavano, mi inginocchiai davanti a lui.








Ai margini del bosco, un colombaccio in difficoltà. Qualche pallino vagante doveva averlo colpito. Non poteva avanzare che saltellando. I movimenti comici, da cui sembrava divertito, davano alla sua agonia un carattere allegro. Mi sarebbe piaciuto portarlo via,  perché faceva freddo e si avvicinava la notte. Ma non sapevo a chi affidarlo. Nessuno avrebbe voluto saperne in quella Beace chiusa e triste. Non potevo neppure cercare di impietosire il capo della stazioncina dove stavo per prendere il treno. Ed è così che ho abbandonato il colombaccio alla sua gioia di morire.








… tre, quattro, cinque vagoni, me li contavo, la luna era nascosta dietro una nube beige dalla quale fioccava così fitta la neve, eppure quella piccola luna si vedeva sempre, come un cerchio sommerso sul fondo di un torrente che scroscia nel suo basso letto, sette otto nove, e la neve si mise a cadere così forte che per un attimo non vidi né la locomotiva né l’ultimo vagone di quel treno, undici, dodici, tredici e poi lanciai leggermente quel congegno, come se gettassi un fiore in un ruscello, calcolai con precisione, lanciai quando sotto di me comparve la fronte del vagone, che andò dentro quella cosina, che adesso stava là e portava quel treno strettamente sorvegliato verso la sua fine…








.


di qui per la stazione di Amanda


Le parole in rosa sono links

lunedì 21 marzo 2011

Alberghi

.



Quelle prime due notti ad Ancona le dormii a caro prezzo in una mansardina per scrittori all’ Hotel Viados, un due stelle di cui almeno una e tre quarti sprecate.
Di stellare c’era solo il prezzo. In camera dovevo stare attento a non battere la zucca, e la doccia – se vogliamo chiamarla così – gargarizzava acqua ( fredda ) appena sufficiente a spazzolarcisi i denti uno alla volta. Era il due stelle più striminzito del mondo, ma in compenso il percorso a pennarello dell’evacuazione in caso d’incendio, attaccato al lato interno della porta, labirintava rivisitazioni cretesi, e ti conficcava dentro un’ansia apocalittica da Minotauro flambé.
Di viados, porca puttana, manco mezzo.







La collocazione dell’Hotel era comoda, niente da dire, ma le notti in quella stamberga per me erano un vero disastro. Con tutte quelle puttane su e giù per le scale a sculettare per i corridoi, il mio povero uccello pulsava come un orologio impazzito e non mi dava respiro.  Il maestro e io dividevamo una doppia, perciò mi toccava aspettare di sentirlo russare nel letto accanto, prima di poterci dare dentro. L’attesa poteva risultare interminabile. Gli piaceva parlare al buio, discutere in dettaglio le prove della giornata, e anziché occuparmi della questione più a portata di mano ( anche in senso letterale ), ero costretto a inventami risposte cortesi alle sue domande.








Io crescevo, sano e felice, in un mondo luccicante di libri illustrati, sabbia pulita, aranceti, cani amichevoli, panorami marini e visi sorridenti. Intorno a me il magnifico Hotel Mirana ruotava come una sorta di universo personale, un cosmo patinato dentro quello turchino, più grande, che sfolgorava tutt’intorno.













                                                   Le parole in rosa sono links

.

venerdì 18 marzo 2011

Blog Twinning , " Statuae manent " - III puntata - " La breve odissea di James "



 .





"Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall'alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio. una vestaglia gialla, discinta, gli era sorretta delicatamente sul dietro dalla mite aria mattutina. Levò alto il bacile e intonò:
-Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò la buia scala a chiocciola e chiamò berciando:
- Vieni su, Kinch. Vieni su pauroso gesuita.
Maestosamente avanzò e ascese la rotonda piazzuola di tiro. Fece dietrofront e con gravità benedisse tre volte la torre, la campagna circostante e i monti che si destavano."
                                                                            J.Joyce, Ulysses

                                                                            

La Telemachia, ovvero la prima parte dell'Ulisse, ha come scenario Sandycove, una località marina a 13 Km dal centro di Dublino. Joyce immagina che Stephen Dedalus sia ospite di Bully Mulligan nella Martello tower, una torre di guardia costruita nei primi dell'Ottocento, all'epoca della temuta espansione napoleonica.
Il personaggio di Buck Mulligan è costruito sulla falsariga di  Oliver St John Gogarty, uno studente di medicina amico di Joyce, così come Stephen Dedalus rimanda chiaramente allo scrittore. La  torre Martello era l’abitazione di Gogarty a Sandycove.
Joyce vi soggiorna nel 1904  per una settimana.                                                       


Una notte, Gogarty spara a dei tegami sopra al letto di Joyce, il quale, spaventato, raggiunge la notte stessa la famiglia a Dublino, e manda, il giorno dopo, un amico a recuperare il suo baule .













A debita distanza da Sandycove, oggi,  una statua di Joyce staziona in una delle strade centrali  di Dublino




Chissà se lo sguardo perplesso  tradisce il ricordo di quel lontano episodio...







Ulysses
James Joyce
La statua di Joyce a Dublino
Blog Twinning

Le parole sottolineate sono links




.

mercoledì 16 marzo 2011

Landscapes




Non ho mai visto strade lisce ed amabilili come quelle che s'irradiavano di fronte a noi attraverso la trapunta di quarantotto Stati. Consumavamo voracemente quelle lunghe autostrade, in assorto silenzio scivolavamo sul fondo nero e lucente come una pista da ballo (...)




Oltre la pianura arata, oltre i tetti giocattolo c'era un lento soffondersi di inutile bellezza, un sole basso in una bruma di platino dalla tiepida sfumatura di pesca sbucciata, e la bruma pervadeva il margine superiore di una nuvola bidimensionale grigio tortora, fusa con una lontana caligine amorosa.




A volte si profilava all'orizzonte una teoria di alberi spaziati, e meriggi torridi e immobili sopra un trifoglio, e nuvole di Claude Lorrain inscritte in un azzurro nebuloso e remoto, con le sole parti cumuliformi stagliate contro il neutro deliquio dello sfondo.








O ancora, poteva essere un severo orizzonte di El Greco, pregno di pioggia d'inchiostro, con la fuggevole visione di qualche agricoltore dal collo di mummia, e tutt'intorno strisce alterne d'acqua d'argento vivo e granturco d'un verde aspro, il tutto aperto come un ventaglio in qualche puno del Kansas.

 

 Da Lolita di Vladimir Nabokov




Qui scene dal film di S.Kubrick
El Greco



Le parole sottolineate sono links





                                                                                                                                 


venerdì 11 marzo 2011

- Rock Fort - by Guappecartò

.



Guappecartò au petit théâtre du bonheur- Rock Fort di sbire14



O'Malamente ( Marco Sica ) - violino 
Dr Zingarone ( Claudio Del Vecchio ) - fisarmonica, tamburelli
Frank Cosentini ( Francesco Cosentini )- chitarra
Pierre La Braguette ( Pierluigi D'amore ) - contrabasso

         



"Guappecarto’ é un gruppo di musicisti nato a Perugia  nella primavera del  2004.                                                                                                                            Dopo esibizioni per strade e piazze, l'incontro con  Madeleine Fisher,  per la quale realizzano la colonna sonora del film « Uroboro ». Nascono cosi’ 19 canzoni e prende il via un’ intensa stagione di concerti.                                                                       Nell’agosto 2005, decidono di partire alla volta della Francia, dove attualmente risiedono. Provenienti da esperienze e gusti musicali diversi, Dottor Zingarone (fisarmonica e tamburelli), Frank Cosentini (chitarra) , O’ Malamente (violino) e, recentemente, Pierre La Braguette (contrabbasso),  si propongono come un laboratorio musicale cosmopolita  pur rimanendo fedeli ai suoni della propria tradizione popolare.
Amano definire la loro musica « guappa », poiché non resta vincolata a nessun genere. 





     







Qui  il sito dei Guappecartò












martedì 8 marzo 2011

Blog Twinning

.




In - Gialli e Geografie - di Nela San  oggi  trovi un post  sul tema che ha dato vita al nostro gemellaggio

Clicca qui

domenica 6 marzo 2011

spostamenti

.

Poi tutto è andato molto velocemente. (...) Uscendo dal palazzo di giustizia per salire nella vettura, ho riconosciuto un breve istante di profumo e il colore della sera d' estate. Nell' oscurità della prigione semovente ho ritrovato ad uno ad uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i rumori familiari di una città che amavo e di una certa ora in cui mi avveniva di sentirmi contento. Il grido dei giornalai nell'aria già calma, gli ultimi uccelli del piazzale, il richiamo dei venditori di sandwich, il lamento dei tram nelle svolte delle vie alte (...). Si, era questa l'ora in cui, tanto tempo fa mi sentivo contento. Quello che mi aspettava, allora, era sempre un sonno leggero e senza sogni.  Eppure qualcosa era cambiato perchè con l' attesa dell' indomani era la mia cella che ritrovavo. Come se le vie familiari tracciate nei cieli d' estate potessero condurre tanto alle prigioni che ai sogni innocenti.









 Nella metropolitana, una sera, mi guardavo attentamente intorno: eravamo tutti venuti da qualche altro posto... Fra noi, tuttavia, due o tre facce di qui, sagome imbarazzate che avevano l'aria di chiedere scusa di essere lì.                 A Londra, lo stesso spettacolo.










A me, studente urbano che fin dalla quinta elementare ha preso ogni mattina la metropolitana, l' universo degli scuolabus era del tutto sconosciuto. Lo trovavo abbastanza affascinante, in senso per così dire antropologico. Ogni volta c'era questa corsa furtiva per accaparrarsi un posto in fondo, molto interessante da osservare, perchè ovviamente non era figo volere essere fighi a tutti i costi e nemmeno precipitarsi a prendere un posto : se uno era figo per davvero, le leggi ineluttabili dell' universo gli avrebbero assicurato un posto in fondo.
Io mi sedevo davanti vicino a una tizia di nome Sue Kenney, della Pennsylvania.















Le parole in rosa  sono links

mercoledì 2 marzo 2011

Una forma di vita di Amélie Nothomb

 .







Seguo, nel loro percorso, gli autori che mi piacciono e mi procuro, man mano che vengono pubblicate, le loro opere. Così ieri pomeriggio sono tornata a casa con “ Una forma di vita”,  il romanzo più recente di Amelie Nothomb. Per chi non la conoscesse, è una scrittrice belga. Ha trascorso diversi anni della sua vita in Giappone ed in altri luoghi del mondo ( il padre è  stato un diplomatico ) e sin da bambina ha preso confidenza con la scrittura  attraverso l’attività epistolare, in un primo tempo indotta (  la madre le chiedeva di scrivere al nonno lontano una lettera alla settimana ), poi, via via, cercata, desiderata.


Rari sono gli individui la cui compagnia è per me più piacevole di quanto lo sarebbe una loro missiva – ammesso, ovviamente, che possiedano un minimo di talento epistolare. Per la maggior parte della gente una simile affermazione costituisce l’ammissione di una debolezza, di un deficit di energia, di un’incapacità ad affrontare il reale. “ Lei non ama le persone in carne ed ossa” mi hanno detto spesso. Insorgo. Perché gli individui dovrebbero essere più veri quando li hai di fronte? (…)

Ad ogni modo, anche quando amo qualcuno al punto di vivere con lui, ho bisogno che mi scriva: un legame non mi sembra completo se non implica una quota di corrispondenza. Ci sono persone che conosco unicamente per lettera. Certo, sarei curiosa di vederle, ma non è affatto indispensabile. E incontrarle non sarebbe privo di conseguenze... In questo, la corrispondenza si riallaccia a un’ importante questione letteraria:bisogna conoscere gli scrittori?
Non c’è una risposta perché ce ne sono troppe. (…)

Con i corrispondenti regna un’ identica assenza di legge. Per natura tendo a non incontrarli, non per prudenza ma per il motivo espresso in modo sublime in una prefazione proustiana: la lettura consente di scoprire l’altro conservando la profondità che si ha unicamente quando si è soli.

( da Una forma di vita di Amelie Nothomb ed. Voland )



Ho trascorso una piacevolissima serata leggendo il suo ultimo libro





.Qui qualcosa su Amélie


N.B.
La parte in corsivo è tratta da Una forma di vita di Amelie Nothomb ed. Voland

sabato 26 febbraio 2011

Attenti al Lhupo ( quattro )

.


.

Sgrassatori di Blog  - IV puntata -
      
                                                                        racconto in 4 puntate di Lhupo




Una salutare puzza fece arretrare la testa del rettile proprio nel momento in cui si accingeva ad inghiottire la testa del malcapitato Wolfet. Alcuni istanti dopo quell’orrenda figura si disintegrò nell’aria e l’oscurità ritornò assoluta. Accesi la torcia e mi avvicinai a lui.
-E’ tutto finito, come ti senti?
Non disse nulla. Vidi che gli tremavano le mani. Si asciugò un paio di lacrime con il dorso della mano. E quando recuperò in parte la calma, disse deciso.
-Andiamo.
Camminammo non so per quanto tempo nel silenzio più assoluto e senza altre malie. Ero preoccupato. Quel corridoio sembrava non finire mai e quando vidi una fessura di luce, a non meno di dieci metri, tirai un sospiro di sollievo
Sbucammo in una piccola stanza senza finestre. Tre lati erano di muratura, mentre quello davanti a noi era composto da grossi tendaggi in velluto rosso. Ed era da quella parte che proveniva la luce insieme a voci strane e canti melodiosi.
Sicuramente dietro quel sipario si trovava il centro del labirinto, ossia la stanza della Nostalgia dimora di G, la regina.
Mi avvicinai e scostai la tenda quel tanto che bastava per non far rilevare la nostra presenza. La prima sorpresa fu che la stanza era situata a circa cinque metri dal pavimento, come un palco in un teatro. La seconda fu lo spettacolo che giunse ai miei occhi: stupefacente.
Un salone circolare alto circa venti metri, con un diametro di eguale misura, aveva per copertura una semisfera di cristallo, che con il sole al tramonto lasciava intravedere un cielo rosso scarlatto. Delle colonne corinzie in marmo bianco sostenevano il tamburo della cupola. Ogni coppia di colonne delimitava una cappella barocca arredata con stoffe e sete dai colori tenui che comprendevano tutta la gamma dell’arcobaleno.
Grandi composizioni floreali si avvitavano sugli altari dove bracieri colmi d’essenze rilasciavano nell’aria spirali di profumi intensi e inebrianti. E lassù a qualche metro dall’occhio di cristallo ondeggiava qualcosa di bianco che non riuscii a ben identificare.
-Wolfet passami il binocolo. - dissi con una punta d’eccitazione nella voce.
-Eccolo.
Lo presi quasi strappandoglielo dalle mani, e dopo aver inquadrato quella cosa un incredibile mi scivolò dalla bocca.
Vidi due nuvolette di neuroni bianchi dal cui centro partivano dei filamenti intrecciati di sinapsi che sorreggevano un’amaca anch’essa di colore bianco. Adagiata c’era la regina.
Indossava una lunghissima veste di seta bianca e aveva una gamba nuda che pencolava sensualmente nel vuoto. A portata di braccio, davanti al suo viso, c’era un portatile d’argento satinato sorretto ai lati da due putti riccioluti e volanti. E ogni volta che la regina voleva digitare qualcosa ecco che gli angioletti, con eleganti evoluzioni, le porgevano la tastiera. Il tutto oscillava armoniosamente tra musica e profumi. Ma c’era qualcosa di strano che attrasse la mia attenzione. Dei puntini luccicanti come diamanti correvano come formiche impazzite lungo l’ordito dell’amaca.
Vidi così che il tessuto era fatto di versi e parole che s’intercambiavano veloci tra di loro in un gioco infinito. Alcuni lembi della veste della regina, filtrando tra le maglie dell’amaca, raccoglievano da quel via vai perle di saggezza. E queste estremità, man mano che si avvicinavano al pavimento, si trasformavano in candide mammelle ricche di nutrimento per i commentatori che si avventavano a succhiare con avidità. 
Ogni tanto la regina lanciava in punta di dita un bacio a Einaudi che, vestito come un musicista del settecento, suonava il suo pezzo preferito.
Dietro, a meno di un metro, c’era Paul Auster. Indossava un vestito da paggio stirato di fresco ed era impegnato a sistemare la parrucca di Ludovico e a girare le pagine dello spartito.
Spesso alzava uno sguardo concupiscente verso G.
Scoppiai in una risata. Mi sentivo diabolico e malefico come Mr. Hyde.
-Wolfet passami la borsa. - dissi.
Silenzio. Mi girai e non vidi nessuno.
-Dove cazzo sei?
-Signore abbassi la voce, sto svuotando la vescica, sarò da lei tra qualche secondo.
Comparve dopo alcuni istanti che stava ancora tirandosi su la cerniera dei pantaloni.
-Che sollievo signore non so se le è mai capitato di…
-Bando alle ciance. Prepara due Cock HC da trenta con glande ruotante rinforzato…
-Rinforzato…mi sembra troppo…
-Non voglio avere sorprese, la resistenza può essere forte, e in più spennella i glandi con feronomi potenziati al mandrillo. Io preparerò un paio di granate nebulizzanti al Siliceme ( una specie di gas composto di silicone e polvere di cemento) atti ad uccidere neuroni e sinapsi in un batter d’occhio. Tra poco qui suonerà un’altra musica.
L’attuazione del piano Sturm und Drang mi metteva di buon umore. Non era il momento di farsi soggiogare da quelle musiche, dai profumi, da quelle parole che si insinuavano nel profondo dei cuori rendendoli inattivi alla realtà. Non era forse giunto il momento di risvegliare quelle menti, perse nell’oblio, con pensieri diversi da quelli che la regina irraggiava dal suo sognante mondo. Spiegazioni? Questo non era sicuramente il momento di ricorrere a spiegazioni, o calcolare freddamente quali potrebbero essere i vantaggi o gli svantaggi che un’operazione simile potrebbe portare nella vita di quelle persone. Non è forse vero che la maggior parte della gente vive in un quotidiano di merda, senza speranza di cambiare la propria sorte? E queste persone non hanno la forza di cambiare la propria sorte perché non hanno la forza di liberarsi dentro. Ebbene questo è il mio compito, sparigliare le carte, infliggere dolore, far vedere spicchi di altre realtà che ora sono sommersi da una montagna di melassa.
-I cocks sono sulla rampa di lancio, signore. - disse Wolfet con il telecomando in mano.
-Bene. Procederemo in questo modo. Al tre tu lancerai il primo HC30 in direzione della regina. - poi guardandolo dissi. - Hai regolato bene il sensore di temperatura vaginale.
-Trentasette gradi e mezzo.
-Meglio diminuire di un grado, voglio andare sul sicuro.
Wolfet con un piccolo cacciavite regolò la temperatura.
-Fatto. - disse.
-Ora ascoltami bene: dopo che tu avrai lanciato il razzo io sgancerò la prima granata verso le nuvole neuroniche, mentre con la seconda cercherò di neutralizzare le mammelle. A quel punto tu lancerai il secondo razzo nel gruppo dei commentatori. Qualche domanda?
-No! Lei ha un’idea di quello che succederà?
Allargai le braccia.
-No! Non ho la minima idea di quello che succederà. Se le cose prenderanno una piega sbagliata ce ne andremo per dove siamo venuti. Sei pronto?
-Sì!
Mi avvicinai alla tenda, la aprii di quel tanto che bastava per piazzare la piccola rampa di lancio. Nella grande stanza tutto sembrava tranquillo. Nessuno si era accorto di noi. L’apocalisse poteva avere inizio.
Diedi il cinque a Wolfet, poi alzai la mano destra e al tre la abbassai. Wolfet premette il pulsante rosso e il primo cock partì lasciando una piccola scia di fumo bianco dietro di sé. Il big bird dopo una decina di metri virò a sinistra e come un’aquila sulla preda s’insinuò tra le gambe della regina. Dopo una frazione di secondo un rumore simile a quello che fa un grosso sasso quando colpisce una serranda squassò l’aria. E dopo qualche secondo l'HC30 ricomparve con il glande attorcigliato in un volo ubriaco che lo portava verso il basso.
La cosa che più temevo si era dunque avverata.
-Cerca di riprenderne il controllo. - gridai a Wolfet. Nella sala calò, come un eco che muore, il silenzio
Lanciai la prima granata. Scoppiò beatamente sopra le nuvolette. Le particelle di siliceme si avventarono su neuroni e sinapsi come mosche sul miele scatenando un’istantanea pioggia di scintille. Subito dopo le nuvolette si trasformarono in cenere che come neve cominciò a cadere. L’amaca privata dei supporti che la sorreggevano cominciò a precipitare come un palloncino a cui fosse stata aperta l’aria.
In una delle sue pazze evoluzioni passò vicino al palco e non potei non notare lo sguardo di fuoco che mi lanciò G prima di schiantarsi sui Madredeus che, interrati fino al petto, cantavano Ao longe o mar. Due commentatori si staccarono dalle mammelle e cominciarono a sparare con la bocca perle di saggezza. Schivai con destrezza fatti i cazzi tuoi mentre a li mortacci tua ferì leggermente all’orecchio Wolfet che non emise nessun lamento. Lanciai la seconda granata che centrò le mammelle in pieno. Parole e versi, bianchi come il latte, mutarono al colore ruggine nel giro di un secondo. Un fetore acido e penetrante cominciò ad impregnare l’aria, e una babele gracchiante risuonava tra le cappelle.
Wolfet lanciò il secondo HC30 che impallinò con successo tre o quattro commentatori, non so se uomini o donne, prima di essere distrutto. Adesso di sotto stava montando un casino colossale. Sciami di commenti s’incrociavano da tutte le parti e non si capiva chi sparava e a che cosa. L’aria era impregnata di un forte odore di cultura bruciata data dalla combustione delle parole e dalla grande quantità di commenti e note musicali sparate dai commentatori.
La regina, un po’intontita, era stata portata da un paio di coraggiosi dietro l’altare di un cappella.
-Adesso sarà molto difficile catturarla. - disse Wolfet accovacciato sotto il parapetto.
-Sono d’accordo e il rischio di lasciarci la pelle è molto alto. Quelli la sotto sono molto incazzati.
Wolfet non aveva tutti i torti e per uscire da quell’inferno avremmo dovuto impegnare tutte le nostre risorse fisiche e spirituali.
-Hai ripreso il controllo del HC30 ferito.
-Non del tutto, ma un tentativo si può fare.
-Vedo com’è la situazione.
Mi affacciai con prudenza, lentamente, sopra il parapetto.
Vidi, seppur tra i fumi e macerie, che le forze si stavano riorganizzando.
-Attento! - urlò Wolfet
Feci appena in tempo a piegare la testa che raffiche di scale in do maggiore si conficcarono sul muro dietro alle mie spalle.
-C’è quel pianista che spara all’impazzata.
Wolfet armeggiò sul telecomando prima di premere il tasto rosso.
Dopo qualche istante un gemito mise fine alle raffiche
Guardai su, al centro della semisfera di cristallo, era comparsa come una pallida pupilla la luna.
-Signore che facciamo?
-Ce ne andiamo fuori di qui. Non abbiamo altro da fare ormai.
Dopo una decina di minuti uscimmo all’aperto.
L’aria fresca della sera ci ritemprò i polmoni.
Ci sedemmo al tavolino di un caffè. Ordinammo due birre.
-Signore, che le ha detto quel fumato? La cosa m’incuriosisce un po’.
Mandai giù un sorso di birra, posai il bicchiere e dissi.
-Di uccidere la regina, sua moglie.
Mi guardò di sott’occhi con un’espressione dubbiosa.
-Non mi credi?
-Signore, spero non si offenda se le dico che non me ne frega niente. - disse prendendo il boccale di birra. 







     
        Qui,  Qui , Qui, e Qui  le indicazioni utili


 
.