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martedì 1 febbraio 2011

La signora e il cavaliere di terracotta






Felicità, felicità, volete un po’ di felicità signora?- disse il giovane venditore, guardandola negli occhi.
-Giovinezza, volete un po’ di giovinezza? - disse il mercante sul  lato opposto della via.
Al centro della strada, intanto,  avanzava un uomo zoppo che spingeva un malmesso carrettino, all’apparenza vuoto. L’ometto le si avvicinò e con voce dolce disse:
-Tranquillità! Comprate un po’ di tranquillità, signora, è di buona qualità  e vi garantisco che non avrete più problemi.
Lo pagò con un sorriso. Poi s’incamminò verso casa.
"Felicità, giovinezza… Parole pesanti come  piume di un colibrì, sostanziose come un soffio di vento!                                                                                                                     Incantevoli menzogne, la vostra dimora è la notte; lievi, v’insinuate nei sogni ed approfittate della pesantezza delle palpebre per ingannare l'anima.

 Non si era accorta di parlare a voce alta finché una voce rude si sovrappose alla sua.

-Il problema è di avere palpebre e anima e di questi tempi, mia cara signora, sono cose rare da trovare. – la interruppe Kostunov, il venditore di cavalieri.
Poi alzò le spalle e si mise a pulire con un piccolo pennello alcune statuine colorate.

La signora, incuriosita, si avvicinò al banchetto, rimirò per alcuni istanti i cavalieri in terracotta, poi si avvicinò a Kostunov.
 -Sono davvero belli, ditemi il loro prezzo.- disse, prendendo il portamonete dal borsino.
Kostunov, continuando a pulire, borbottò:
-Questi cavalieri sono magici e non hanno prezzo mia cara signora.
-Su non fate il difficile, quanto alla magia… Il tempo delle favole è ormai trascorso!- rispose sorridendo.
Kostunov si rabbuiò in viso, poi guardandola dritto negli occhi disse sottovoce:
- Voi non mi credete eh! Beh, mi sento generoso e ve ne regalerò uno, in cambio, però, di una cosa.
- Di cosa?
- Della vostra anima.
- Ah se è solo per questo considerate già concluso l'affare. Della mia anima non m’importa affatto. – rispose, riponendo il portamonete nel borsino. - Poi continuò. - Ma ditemi, cosa hanno di speciale questi cavalieri?
Kostunov si avvicinò all'orecchio della signora e le sussurrò
- Dovete baciare sulle labbra il cavaliere, poi dovete pronunciare le parole magiche EROMA-OIM e il cavaliere diventerà di carne e ossa. Sarà al suo servizio fin quando lei, cara signora, lo vorrà.
- Mi sembra uno scambio accettabile- accondiscese un po’ turbata.
- Cosa scegliete, il cavaliere nero, rosso o quello azzurro? - disse Kostunov fregandosi le mani.
La signora si avvicinò al banchetto, guardò con attenzione le statuine poi disse:
- Prenderò quello azzurro.
Kostunov lo prese e prima di darglielo disse:
- Si ricordi le parole magiche.
- Stia sicuro, le ho ben impresse in mente. - rispose, prendendo la statuina.

La sera stava calando e anche gli ultimi  venditori se ne stavano andando. Si attardava quello che vendeva collera: stava gridando ad un cliente che non sembrava molto convinto della qualità della sua merce. La signora prese la via di casa, ma non resistette a lungo. Dopo qualche passo, si fermò nell'androne di una vecchia dimora e si diresse nell’angolo più buio, dove un gatto color carbone ronfava tranquillo; prese la statuina, se la portò alle labbra e la baciò, poi pronunciò piano le parole magiche: EROMA-OIM.

Non successe nulla. Riprovò con un bacio più appassionato e scandì con più decisione le parole. Ed ecco che, per incanto, la statuina scivolò dalle sue mani e si librò in volo avvolta da una luce fortissima. La signora chiuse gli occhi, accecata dal bagliore intenso e quando li riaprì rimase senza fiato. Davanti a lei c'era, immobile, un cavallo bianco dal portamento fiero. Poi alzò lo sguardo lentamente e vide un cavaliere completamente avvolto in un mantello azzurro come il cielo.


- Sei della sostanza dei sogni o...hai la consistenza delle cose?- chiese in un sussurro la signora.  
- Ho la consistenza dei sogni e la sostanza della carne. - rispose con un sorriso.
-Qual è il tuo nome?
-Joshua è il mio nome.
Detto questo, si avvicinò e, con fare lieve, la cinse al fianco, la sollevò leggera come un'ombra e la issò davanti a lui, poi con un movimento rapido tese leggermente le redini e il cavallo bianco si librò in volo. Un bambino alla finestra si stropicciò gli occhi nel vedere quella strana macchia scura che tagliava in due una pallida luna. La signora, insolito a dirsi, non avvertiva alcun timore anzi si sentiva sicura a tal punto che con la mano scostò un lembo del mantello.   Quel che vide furono due occhi color del mare, un mare invernale, con onde spumeggianti che solo il maestrale sa dare. Senza dire nulla il cavaliere lasciò le redini, liberò i capelli neri al vento, la prese tra le braccia e la  baciò. 

Cavalcarono tra le stelle tutta la notte e solo al primo albeggiare, dopo aver squarciato una nube bianca, la signora vide in lontananza una valle verde circondata da alte montagne.  
Quando dopo pochi istanti Lobo, questo era il nome del cavallo, scese veloce, la signora scorse, incuneati tra le rocce, i bastioni di una fortezza.
Lobo si posò in una piccola radura. L’aria era calma ma gelida e una luce chiarissima dava agli alberi delle forme bizzarre. Si incamminarono per uno stretto sentiero. Lobo, dietro di loro, rompeva il silenzio con il rumore sordo e cadenzato degli zoccoli.
La fortezza, passo dopo passo, appariva sempre più grande; cento e più feritoie abitavano la grigia facciata di pietra. Occhi maligni o custodi vigili, chissà!
Arrivati sotto la gran porta di legno della fortezza, Joshua le sussurrò:                                                                                   
- Qui può entrare solo chi ha un nome. Qual è il tuo?
-Io non ho nome. Offrimene uno e, qualunque esso sia, sarà da me indossato con amore. - rispose la signora.
-Gea sarà il tuo nome.
A quel suono Lobo nitrì forte con il muso al cielo e anche i bastioni per un attimo tremarono.
Joshua la sollevò come un fuscello e ne proferì il nome ad alta voce; la grande porta, come per incanto, si aprì.

Gea posò la testa sul petto del cavaliere, chiuse gli occhi e ascoltò il battito del suo cuore che, come una ninna nanna, la cullava. Dopo alcuni istanti, che le parvero infiniti, il mantello di Joshua si sollevò, leggero come un sipario. Lei aprì gli occhi.
Una luce, azzurra e sottile, che colava dall’alto, le inondò il volto. Guardò su. Stelle d’oro, incastonate nel soffitto, spruzzavano lame di luce, mentre minute scintille, silenziose, si rincorrevano, sfiorando ogni cosa.
I suoi occhi stupiti interrogarono quelli di Joshua.

-Seguimi. - le disse e, dopo averla teneramente sciolta dal suo abbraccio, le prese la mano.

Stanza dopo stanza, la luce filtrava sempre più rada, tanto che le cose, perdendo forma e colore, assomigliavano ad ombre.
Finalmente Joshua   si arrestò davanti ad una porta, sormontata da un’architrave tondeggiante dalle venature bluastre, che pareva palpitare,
Davanti ad essa c’era, acquattato, un gatto nero: quando vide Joshua, miagolò una nota acuta e rizzò il pelo prima di fuggir via.
-Non allarmarti, è Nembo, il gatto dalle mille vite. E’un buon guardiano, è lui che vigila sulla fortezza. - poi aprì la porta.

Agli occhi di Gea apparve una stanza rotonda, senza finestre e con le pareti damascate di rosso. Al centro un grande tavolo di legno, con due sedie a capotavola, ricoperto da una tovaglia di fine lino bianco. Al centro c’era un candelabro d’argento con candele accese che irradiavano una tenue luce gialla. Bicchieri di cristallo brillavano impenitenti. Una fumante zuppiera di porcellana sembrava una regina e vicino, a farle da damigelle, due tazze bianche come la neve. La signora cercò con lo sguardo il cavaliere; lo vide intento a riempire una tazza. Lo fissò per alcuni minuti, come incantata. Fu presa dalla sensazione di trovarsi dinanzi all’amore tante volte immaginato di notte, ad occhi chiusi. Così non fu sorpresa che tutto in quella stanza  sembrasse familiare, quasi avesse scelto lei  stessa ogni oggetto prezioso e avesse allestito quel magico banchetto di propria volontà. Le pareva, anzi, che il meraviglioso tepore che avvolgeva ogni cosa provenisse dal suo stesso corpo. 
- Siediti, amore mio. - disse Joshua, porgendole il liquido denso e fumante.
Mentre una musica d’archi e un profumo misterioso conquistavano l’aria, Gea prese la tazza.                                                                                                                        

- Ho già visto tutto questo in sogno – sussurrò, mentre le sue guance si tingevano di rosso e il cuore pulsava forte, tanto da toglierle il respiro.




Anche quella sera, Kostunov  svuotò il suo banco di lavoro. Sistemò creta, spatole e colori sul fondo terroso di una grossa sporta di tela. Sopra, delicatamente, adagiò le statuine di terracotta, poi si avviò verso la sua vecchia casa. Quando arrivò nell'androne, un miagolio lo accolse.
- Oh Nembo, mio buon amico, hai fatto buona caccia. - disse, fregandosi le mani. -  Ecco un’altra anima perduta in un sogno.
Con grazia, raccolse tra le zampe del gatto la statuina di un cavaliere azzurro e quella di una signora dallo sguardo innamorato.
Le ripose una accanto all’altra nella borsa, poi, fischiettando un’ aria d’opera, si sporse verso la strada già silenziosa e, chiudendo il portone, alzò lo sguardo verso le prime stelle della notte.













scritto a 4 mani e due neuroni via etere da  Lhupo e  Virgo

domenica 11 aprile 2010

Vero amore




Lui

Era lì, indeciso se far correre la mano all’altezza di 85 cm dal suolo o tenerla, bloccata, tra i fluenti capelli sale e pepe. Intorno, il vuoto pneumatico di un deserto cromato, la tavola aereometallica del soffitto azzurrognolo e più niente. “Mi sono perso”, pensò.                                                                                                                       E’ vero, aveva cazzeggiato di cucina ed oroscopi con una grigia serranda abbassata, allo scopo di oliarne i rugginosi meccanismi e determinarne la levitazione astrale,  ma solo q.b. ! Era questa una colpa? Non era forse suo diritto ritrovarsi sotto i piedi qualcosa in più di uno squallido e desolato suolo? Un’idea di arsura gli torse la bocca. E adesso?


Lei

Era lì, sotto terra, una coltre di sabbia compatta la schermava dal grigioazul della cui esistenza, pure, sapeva. Sonnecchiava, come al solito.  Il pollice in bocca e la cannuccia per l’etere nel foro slabbrato del naso. Provò a incuneare il braccio rachitico nella fessura e a saggiare con la mano l’aria. Briciole di suolo le caddero sulle palpebre. Uhm, è qui!


Lui

L’aria ferma gli pesava sulle spalle; le scrollò, come per togliersi di torno una mosca in fluttuante crisi esistenziale. Pestò un piede. Un pulviscolo grigio risalì  lungo i  pantaloni di canapa biancosale; trovò alloggio tra  pieghe concentriche che precipitavano su un’idea di Clark bordeaux .  Ops, -  spirò tra i denti- e se fosse qui?


Lei

Estrasse piano il pollice e sentì, al contatto, la consistenza delle labbra; col dito,  ne seguì la forma. Vi indugiò il tempo necessario per realizzare che l’occasione di uscire dalla tana le stava dinanzi, categorica.
Non era la prima volta, ma l’irragionevole idea che a pestare il suolo, di sopra, fosse davvero il Salvatore, le regalò qualche watt di energia e due volt di entusiasmo. Le sarebbero bastati ?


Lui

Una mosca gli cantava nell’orecchio destro un sinistro, monocorde canto. Ispirato da una nota più bizzarra delle altre, decise che sarebbe stato un bene distendersi e godersi quell’aura senza tempo, compressa in sì singolare spazio. 


Lei


Devono esserci i jeans celesti da qualche parte, la cintura con le borchie….anche la camicia bianca. Mi porto quella. Le scarpe? Non è possibile che mi sia sotterrata senza. Gnomo del cavolo! A che ti serve il mio trentanove? Va bene, esco senza.


Lei a Lui

 “Ho del tè verde e lo gnomo mi ha procurato biscotti allo zenzero preparati da suo nonno per natale.


Lui a Lei

 “ Bevi, mangia, io ti guardo”.


Lui: “ Ho sonno di te!”
Lei : “ Pure io, vieni vicino a me, ti do il mio pollice  e tu mi dai il tuo.”


Lei e lui : zzzzzzzz   ronf   zzzzzzzzzzzzzzz   ronf   zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz