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giovedì 7 giugno 2012

Fahrenheit 451


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Ho appreso, tornando da scuola, della morte di Ray Bradbury, uno scrittore di cui ho molto apprezzato  un'opera,  Fahrenheit 451.  Ho pensato, per ricordarlo, di riproporre due dei miei primi post  ( aprile 2010 ) a lui dedicati .


“... Ognuno deve lasciare qualcosa dietro quando muore : un bimbo o un libro o  un quadro, o una casa, o un muro eretto con le proprie mani ( ... ). Qualche cosa, insomma, che la nostra mano abbia toccato, in modo che la nostra anima abbia dove andare quando moriamo ( ... ). Non ha importanza quello che si fa, finchè si cambia qualcosa da ciò che era prima che noi la si toccasse in qualcos’altro, che è come noi dopo che la nostra mano se ne è staccata...” ( Ray Bradbury, Fahrenheit 451 )         
     

sabato 27 agosto 2011

Fiumi

Poi guardai verso la riva. Pareva scivolare via molto in fretta.
 (...)
Quando la corrente è veloce non si riesce a calcolare il tempo che passa. Pare chissà quanto e magari è pochissimo. L'acqua era gelida e profonda sotto i rottami strappati dalla piena. Era una fortuna avere un così buon sostegno, mi lasciavo trascinare dall'acqua ghiaccia, il mento appoggiato alla trave, aggrappato come meglio potevo con le due mani. (...)
Vedevo accostarsi, allontanarsi e riaccostarsi la sponda, non si correva più tanto; si avvicinò di nuovo, riuscivo a distinguere i rami dei salici. La trave girò lenta sull'acqua e mi trovai con le spalle verso la riva, capii che ero entrato in un gorgo.


E. Hemingway, Addio alle armi








Non c'era che il fiume freddo, ora, e Montag che vi galleggiava improvvisamente in pace, lontano dalla città, dalle luci, dalla caccia all'uomo, lontano da tutto.
Gli sembrava di essersi lasciato alle spalle un palcoscenico gremito di attori.                    (...)
La nera sponda del fiume scivolava via a misura che il fiume lo trasportava per la campagna, tra le alture. Per la prima volta da una dozzina d'anni a quella parte,  le stelle spuntarono sopra il suo capo, in grandi processioni di fuoco ruotante. Vedeva un'imensa forza distruttrice di stelle formarsi nel cielo e minacciar di piombargli sopra e stritolarlo.
Galleggiava supino, facendo il morto (...).
Il fiume era straordinariamente reale (...).
Sentì il cuore rallentare i suoi battiti. I suoi pensieri cessarono di essere affannosi col ritmo del sangue.
(...)
Il sole ardeva ogni giorno. Bruciava il Tempo. Il mondo correva frenetico in un circolo e girava sul suo asse e il tempo era occupatissimo a consumare, bruciandoli, gli anni e la gente, ad ogni modo, senza aver bisogno del suo aiuto. Cosicché, se lui bruciava le cose con i militi del fuoco e il sole bruciava il Tempo, ciò voleva dire che tutto ardeva!
Uno di loro doveva cessare di ardere. E non sarebbe stato il sole. (...) doveva pur esserci qualcuno che accumulasse e mettesse da parte, in un modo o nell'altro, in libri, registri, nella memoria degli uomini, in qualunque altro modo, purchè sicuro o al riparo da tarme, pesciolini d'argento, ruggini e tarli e uomini armati di fiammiferi.


Ray Bradbury, Fahrenheit 451 ed. Oscar Mondadori









Dovevo essermi appisolato. Mi alzai. Non avevo più il coltello. Lo cercai nell'erba, poi guardai nello zaino.
Con un sospiro di sollievo lo trovai e lo infilai nella cintura, poi andai verso l'acqua. La luna era bassa, appena sopra il ciglio delle colline che sorgevano dall'altra parte del Soligo. La riva era sgombra. Sedetti e attesi di vedere con chiarezza l'altra sponda. Non conoscevo la profondità dell'acqua in quel punto, ma la corrente era lenta e scorsi un tronco di traverso, a metà del fiume.
Non fu difficile passare, tranne per gli ultimi metri, in cui l'acqua gelida, all'improvviso, mi arrivò quasi al petto. Quando fui all'asciutto mi accorsi di avere freddo.


Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna  ed. Sellerio




Le parole in rosa sono links


Le foto sono tratte da All posters







martedì 20 aprile 2010

Fahrenheit 451

Fahrenheit 451 è un’utopia negativa dell’americano Ray Bradbury, autore di racconti di fantascienza.
L’opera, pubblicata nel 1953, delinea un possibile scenario futuro per la società americana degli anni Cinquanta, le cui contraddizioni, già peraltro avvertibili, trovano nel romanzo la loro più matura, piena esplicazione.
La vita, nella società rappresentata da Bradbury, è profondamente segnata dall’invadenza dei mass media. Schermi televisivi, grandi quanto pareti, costituiscono l’elemento più importante delle abitazioni, divenendo il centro intorno a cui gravita ogni esistenza. Trasmissioni interattive monopolizzano il tempo degli individui, impegnandoli in una comunicazione virtuale assolutamente sterile nella sua artificiosità e banalità. La pubblicità martellante è un’altra componente di questo  sistema sociale in cui il consumo è, per le persone, un vero e proprio imperativo morale.
Persino il tempo non è risparmiato da tale logica, va infatti “consumato”, annientato, disintegrato, magari attraverso suicide corse in automobile. I tempi lunghi della riflessione, della meditazione, della osservazione attenta sono banditi dal sistema che ha bisogno, evidentemente, non di individui, ma di una massa amorfa, acquiescente, ovvero di una semplice addizione di esseri passivi, succubi del loro stesso intontimento, estraniamento, annullamento.
Una società siffatta non può che essere destinata all’autodistruzione, nemica com’è del pensiero attivo, del sentimento e dell’emozione genuini, della creazione originale, di ciò, insomma, che ogni uomo è chiamato a coltivare e difendere, ovvero la propria autenticità.
Un sistema che nega l’individuo e la sua umanità, che tende a renderne sterile, inutile l’esistenza, non può che eliminare, cancellare le espressioni, le testimonianze del pensiero, dell’esperienza individuale e, dunque, i libri.
451 fahrenheit altro non è che il grado di combustione dei libri, sui quali si accanisce la furia distruttiva dei “pompieri incendiari “di una società allora futura che ricalca, ormai, il nostro presente.