Per la prima volta da quando aveva comprato il taccuino rosso, ciò che scrisse quel giorno non aveva niente a che fare con il caso Stillman. Viceversa si concentrò sulle cose che aveva visto mentre camminava. Non si fermò a riflettere su quello che stava facendo, né ad analizzare le possibili implicanze del suo atto inconsueto. Era ansioso di registrare alcuni fatti, e volle metterli nero su bianco prima di dimenticarli. ( ...)
Un clarinettista di età indefinibile, con in testa un cappello che gli nascondeva il volto, seduto a gambe incrociate sul marciapiede come un incantatore di serpenti. Davanti a lui c'erano due scimmiette meccaniche, una con un tamburello e l'altra con un tamburo. Mentre la prima scuoteva e la seconda batteva, scandendo un bizzarro e infallibile ritmo sincopato, l'uomo improvvisava minime, infinite variazioni sullo strumento, con il corpo rigido che oscillava avanti ed indietro mimando energicamente il ritmo delle scimmiette. Eseguiva con naturalezza e allegria dei motivi in minore animati e sinuosi, come per la gioia di essere insieme alle sue amiche caricate a molla, chiuso nell'universo che si era creato, senza mai alzare gli occhi. Continuava ininterrottamente, e alla fine la musica era sempre la stessa, ma più rimanevo ad ascoltarlo e più trovavo difficile andar via.
Trovarsi dentro quella musica, essere attirato all'interno del cerchio delle sue ripetizioni: forse un luogo in cui finalmente è possibile sparire. ( ... )
Baudelaire: Il me semble que je serais toujours bien là où je ne suis pas.
Paul Auster, Città di vetro in TRILOGIA DI NEW YORK
.







