" Avevo quasi nove anni quando per la prima volta m'innamorai. Fui ghermito interamente da una passione violenta e totale che mi avvelenò l'esistenza e rischiò di costarmi la vita. Lei aveva otto anni e si chiamava Valentina. Potrei descriverla a lungo e fino a perdere la parola, e se avessi la voce non la smetterei di cantare la sua bellezza e la sua dolcezza. Era una brunetta con gli occhi chiari, mirabilmente ben fatta, vestita di bianco e con una palla in mano.
In quel giorno il Nautilus attraversò una parte strana dell'Oceano Atlantico. Non c'è nessuno che non sappia dell'esistenza di quella grande corrente d' acqua calda conosciuta col nome di Corrente del Golfo che, dopo essere uscita dai canali della Florida, si dirige verso lo Spitzberg. Ma prima di entrare nel golfo del Messico, verso 44° di latitudine nord, si divide in due rami, il principale si porta verso le coste d'Irlanda e di Norvegia, e il secondo piega verso il sud,
all'altezza delle Azzorre, poi, battendo le rive africane e descrivendo
un ovale allungato, ritorna verso le Antille.
Ora, questo secondo ramo - ed è piuttosto una collana che un ramo - avvolge con i suoi cerchi di acqua calda quella parte fredda, tranquilla e immobile dell'Oceano, che si chiama il mare dei Sargassi, un vero lago in pieno Atlantico, per girare intorno al quale le acque della grande corrente impiegano non meno di tre anni.
Il vasto paese che si estende tra le bocche del Danubio e quelle del Boristene, un triangolo del quale ho percorso almeno due lati, vanta alcune tra le più sorprendenti regioni del mondo, almeno per noi, nati sulle rive del Mare interno, avvezzi ai paesaggi aridi e nitidi del Sud (...) . Il nostro suolo greco o latino, sostenuto ovunque dall'ossatura delle rocce, ha l'eleganza schietta di un corpo virile: la terra scita aveva l'opulenza un po' greve di un corpo riverso di donna. La pianura si confondeva col cielo. Non finivo mai di stupirmi di fronte al miracolo dei fiumi: quella vasta terra vuota rappresentava soltanto un declivio e un alveo. I corsi d'acqua da noi sono brevi: non ci si sente mai lontano dalle sorgenti. Ma quel flusso enorme che sfociava in estuari intricati trascinava il fango di un continente sconosciuto, i ghiacci di regioni inabitabili.
"Nel Votivpark pare che quest'anno mettano delle sedie, al posto delle panchine - raccontò la signorina. - quattro centesimi a testa ".
"Tutto diventa ogni giorno più caro. Le dico, signorina mia, è sempre più grigia la vita. Cosa crede che costi quest'anno un chilo di normalissimo... ". Inghiottì tutto il chilo di normalissimo strutto che aveva sulla punta della lingua e ammutolì. Un giovanotto si era seduto tra lei e la signorina. E quando un giovanotto si sedeva accanto ala signorina, Frau Buresch, per l'amor di Dio, non voleva disturbare. Scivolò educatamente fino all'estremità della panchina e si concentrò sul proprio lavoro.
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"Cos'hai contro Stanie?". "Niente" rispose Sonja. "Assolutamente niente. Solo non gli voglio più bene". "Ma perché? Da quando?". "Da quando? ... Veramente non gli ho mai voluto bene. O forse solo il giorno in cui l'ho incontrato. Da allora ho sempre avuto paura di lui; quando stavamo in mezzo alla gente, tremavo sempre al pensiero che si mettesse a litigare con qualcuno"."Ma è molto intelligente" replicò Klara Postelberg. "E sa assolutamente tutto. Si intende di tutto. Non molto tempo fa mi ha spiegato perché le verduraie stanno proprio al Bauernmarkt, tutte quante, mentre quelle che vendono i fiori vanno sul prolungamento della Kartnerstrasse. E poi, è alto, è un bell'uomo, non come Georg Weiner, che ... ".
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A Willy Eisner piaceva raccontar fandonie. (...) dopo il disbrigo di quella faccenda non aveva saputo resistere alla tentazione di passeggiare un po' sulla Ringstrasse - i guanti glacé nella mano destra, il bastoncino nella sinistra. (...) Come vita ideale immaginava l'esistenza di chi la mattina legge tranquillamente la posta, poi va al caffé e, allungato in un'accogliente poltrona, la sigaretta in bocca, un bicchierino di liquore sul tavolino di marmo davanti a sè, osserva il viavai lungo la strada; di chi verso mezzogiorno, ora del passeggio, gironzola per il Graben quel tanto che gli garba, vede conoscenti e ne è visto, scambia con gli amici annoiate osservazioni sulle signore eleganti, poi pranza senza fretta e infine, il pomeriggio, seduto alla propria scrivania, conclude affari di estrema importanza. Willy Eisner, invece, dalle otto alle dodici e mezzo, e dalle due alle cinque e mezzo, era costretto a dividere l'ufficio con otto colleghi, a confrontare ininterrottamente conti e numeri e a spuntare gli importi esatti con un segmento a matita.
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"Una donna non dovrebbe frequentare caffè". Per incontrare una donna, uno deve salire quattro rampe di scale e suonare con il batticuore alla sua porta. inoltre non dovrà trovarla in casa, dovrà essere venuto per niente. Quando poi, deluso, ridiscenderà, si renderà conto di amarla.
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E io gli dico: " (...) Purtroppo ho le mani legate, ma..." Stanislaus Demba si fermò e aggrottando la fronte guardò l'altro. " Che sta dicendo? Le mani legate?" "Si, perchè infatti..." "Ah così, ha le mani legate. Deve essere fastidioso".
"Cosa intende dire?"
"Deve essere fastidioso" ripetè Demba con sguardo ironico. "Le mani legate! Immagino le punte delle dita che si gonfiano a causa del ristagno di sangue, tanto da dare l'impressione di scoppiare. Poi il dolore che sale su fino alle spalle..." "Di che sta parlando ?". " Mi figuravo soltanto come deve sentirsi ad andare in giro con le mani legate". "Ma io volevo solo dire: le mani legate, perché, sa, gli interessi della banca ... ". "Basta adesso" gridò Demba. "Perché parla di cose di cui non sa nulla, delle quali non pensa nulla e per le quali non prova nulla? Le parole che dice nascono già morte e puzzano di carogna non appena escono dalla sua bocca".
Non sapevo molto di lui. Non sono stato un grande fan della stagione beat, pur avendo a suo tempo letto Kerouac e Ginsberg. Ferlinghetti mi appariva come un notevole animatore culturale, più che un grande poeta. (...) Di lui avevo letto pochissimo. Tuttavia, si poteva dire che era l'ultimo esponente di una stagione comunque gloriosa e come tale mi incuriosiva. (...) A ogni modo, quando avevo annunciato la mia partenza per San Francisco, Laura Betti aveva sentenziato: "Devi fare visita a Ferlinghetti. Lawrence è un uomo stupendo e DEVI conoscerlo".
Provai ad andare direttamente alla libreria da lui fondata nel 1953 con Peter D. Martin, all'incrocio tra Columbus e Broadway. (...)
Al commesso con i capelli lunghi, chiesi dove potevo trovare il poeta. Senza scomporsi, lui disse di provare al piano di sopra, dove c'erano anche gli uffici della casa editrice che porta lo stesso nome della libreria e che per prima ha pubblicato il famoso Urlo di Allen Ginsberg. Ferlinghetti non c'era ma sarebbe arrivato di lì a poco, così decisi di aspettarlo. (...)
Stavo leggendo le sue poesie, quando la porta si aprì e il poeta comparve. Era un vecchio signore alto e in perfetta forma, asciutto, agile. (...) Ci sedemmo in quell'ufficio che era poi l'unico della libreria e della casa editrice e cominciammo a chiacchierare. Mi raccontò delle sue origini italiane, genovesi e bergamasche. Parlò dei tempi eroici in cui in quelle stanze passavano Ginsberg, Gregory Corso, Peter Orlovsky, Gary Snider e tanti altri.
(...) Attraverso Ferlinghetti, ebbi l'impressione, in quei giorni, di cogliere un poco dello spirito di San Francisco. Il luogo mi apparve in una luce più rilassata, colta, a profonda misura umana.
Mario Fortunato, Quelli che ami non muoiono ed. Bompiani
...
Ho sognato
che mi cascavano tutti i denti
ma la lingua sopravviveva
per raccontare la storia.
Perchè sono un distillatore di poesia.
sono una banca del canto.
Sono una pianola
in un casino anbbandonato
sulla riva del mare
in una fitta nebbia
e ancora suono.
...
da Autobiografia in "Poesie " di Lawrence Ferlinghetti
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Trascorsi quell'estate in una casa ai margini delle dune. La mia camera era un attico dal soffitto basso, con una finestra dalla quale si vedevano le dune, la spiaggia e l'oceano. La mattina presto, vedevo il sole sul mare e la spuma argentea dei frangenti.
Il sole sorgeva nella foschia del mattino poi bruciava la foschia e era d'oro sulla spiaggia e bianco sulle case di Cape Cod, alcune centinaia di metri più in là sulle dune, dove una macchia scura cresceva stenta nella terra sabbiosa. (...)
Osservavo i gabbiani dalla finestra della mia stanza e dalla veranda della casa e non mi stancavo di dipingerli, usando gli acquarelli o lievi strati di colori a olio; (...) Spesso non dipingevo affatto, ma sedevo nella veranda ad ascoltare e osservare, a farmi investire dal vento salato sulla faccia, a udire il rumore della risacca e le grida dei gabbiani.
- Un artista ha bisogno di tempo per non fare nient'altro che sedersi qua e là e pensare e lasciare che le idee vengano a lui - , mi disse Jacob Kahn un pomeriggio in quella veranda , dopo che ero stato seduto per ore su una sedia a contemplare la luce sull'acqua e la sabbia e le case più in alto sulle dune. - Lo disse una volta Gertrude Stein. Era un essere impossibile. Ma era saggia.-
- Ora capisco la luce nei quadri di Hopper-.
Guardò le case sulle dune. - Si -, disse. - E' la bianca luce solare di Hopper. Un giorno capirai la luce del sole in Monet, Van Gogh e Cézanne-.
Parigi l'ho amata ed odiata a fasi alterne. A volte, passeggiando per il Jardin du Luxembourg, mi dicevo che avrei voluto rimanerci per sempre, anche facendo il barbone. (...)
Una mattina, mentre stavamo seduti con Barbara su una panchina del Giardino e discutevamo animatamente in polacco, ci passò davanti un signore con una coloratissima tuta da ginnastica, le scarpe gialle e la polsiera tergisudore bianca al posto dell'orologio. Trotterellava elegantemente senza mostrare fatica, come uno che corre tutti i giorni. Con la coda dell'occhio ci guardò e rallentò l'andatura. Riconobbe la mia amica e, correndo all'indietro come un clown del circo, venne a salutarla con un sorriso sportivo, a trentadue denti. Scambiarono frettolosamente alcune frasi mentre lui continuava a saltellare sul posto. Poi riprese la sua strada di buona lena, scartando di lato con un plastico colpo d'anca. Chiesi chi fosse. - Ma non l'hai riconosciuto? E' Emil Cioran, - mi rispose. Ebbi un soprassalto di bile: - Ma come, questo disgraziato che per anni ci ha intortati col suo affascinante "Sommario di decomposizione" e sedotti con l'idea che la cosa migliore da fare sarebbe stata suicidarci, si mantiene in forma come un qualsiasi fighetto che non vuole invecchiare!-
C'è accanto ad Agra, a una ventina di miglia, una città morta, costruita dai dominatori mussulmani, e subito abbandonata, per l'aridità dei dintorni. E' rimasta intatta. Un largo cerchio di mura rossicce cinge tutt'intorno, in un largo anello, la campagna, e qualche miserando villaggio sorto in tempi recenti. Nel centro, sopra le gobbe irregolari di un colle, è costruito il centro della città, a sua volta circondato da alte mura. Tutto di mattoni rossicci, con qua e là merletti di arabeschi di marmo.
Non nascondo la mia attrazione per queste città morte e intatte, cioè per le architetture pure. Spesso le sogno. e provo per esse un trasporto quasi sessuale. Era stupendo. Non mi ci sarei mai staccato. C'era la moschea, in un vasto cortile tutto pavimentato di mattoni rossicci, con in mezzo la vasca orlata di marmo, e un grande, stupendo e statico albero verde : la moschea era solo un ghirigoro, un pazzo ricamo di marmo ingiallito per la vecchiezza, con vene di consunzione e biancori di freschezza.
Fermo l'auto e scendo per conquistare l'effetto d'insieme. Il silenzio che sembrava in attesa inghiotte il suono del motore. Da qualche parte c'è chi si burla di me : cra, cra, craa. Il cielo è un'assurdità pallida e vuota. "Natura selvaggia" . Ecco cos'è la "natura selvaggia".
( ... )
L'ambiente pullula di vita, ma è anche totalmente vuoto. M giro a guardare: i cespugli sembrano essersi richiusi al mio passaggio, piano, in silenzio, come l'acqua. Ma dov'è la strada?
( ... )
Mi guardo le scarpe, qualcosa di umano, qualcosa di mio. Ricordo a me stessa il concetto di dietro e davanti. La strada è dietro di me. Se mi volto, la vedo. Devo togliermi dalla testa quella parola: "perduta".
Da La villa del signor Wiseman di Kate Grenville in Dovevo andarci -scrittori in viaggio con se stessi- ed. Mondadori
Il cielo è sporco e nell'aria turbina neve mista a pioggia. Lungo il municipio corre un anziano signore, costeggia la sinagoga, via Havelska,si spinge fin dentro una casa grigia, fin dentro una porta con un'insegna. Piomba all'interno, ma non dice più neppure buongiorno, non appende il cappello ed il cappotto fradici, e all' interno è un inferno. Tavoli aperti, cassetti gettati per aria, sedie a pezzi, là dove sedeva il signor Vorjahren un mucchietto di carte. Dio non ho sbaglato piano? In quel momento dietro di lui qualcuno sbraita "Ausweis...".
Quel signor Mundstock che sta seduto qui sul divano, con le scarpe slacciate contando chi sì e chi no, che ha il volto grigio, il collo floscio e di notte non dorme, è invecchiato di un secolo in tre anni, da quando sono arrivati i nazisti e hanno coperto tutto con il loro bruno grigiore. E' seduto sul divano con la testa tra le mani e sente che la stanza si riempie di una sorta di nebbia ( ... ) Vede un giovane ventitreenne pettinarsi davanti allo specchio i capelli neri, raddrizzare la cravatta verde e sistemare il fazzolettino. Sono quasi le otto, ma il giovane evidentemente ha tempo. Poi lascia il cappello sulla sedia ed esce. E il signor Mundstock si alza dal divano ed esce dietro di lui come seguendo la propria ombra. Lungo il parco, per via Maislova, accanto al Municipio ebraico, alla sinagoga.
Per via Sanytrova anche ora, in inverno, andava e veniva parecchia gente. ( ... ) forse proprio perchè in quella via Sanytrova spazzava sempre la polvere sotto gli occhi dei passanti, gli venivano in mente pensieri e immagini che riguardavano tutte quelle persone. Sì, siamo sopravvissuti a tutti i tormenti, pensava, (... ) in fondo discendeva dal popolo più antico del mondo che era stato capace di resistere fino a quel momento. (... ) e poi si diceva che la persecuzione doveva essere il riscatto per essere sopravvissuti a tutto.
La via Mydlarska (... ) era certo più tranquilla, ma in compenso molto più polverosa. (...) E immerso in quelle nuvole di polvere rifletteva poi su qualcos'altro. Ricordava che, quando in occasione delle principali feste frequentava ancora la Sinagoga Vecchionuova per sentir predicare il vecchio, era solito ascoltare dalle sue labbra il racconto della polvere e della stella... Moltiplicare io voglio il tuo seme come le stelle nel cielo e come la sabbia in riva al mare. E pare che il rabbino Jehuda bar Elai spiegasse così questo passo : Questo popolo è paragonato alla polvere ed è paragonato alle stelle. Se scende, scende fino alla polvere. Se sale, si eleva fino alle stelle...
Le parti in corsivo sono tratte dall'edizione Einaudi del romanzo Il signor Theodor Mundstock di Ladislav Fuks.
Maeve lasciò Dublino, dove era nata nel 1917, quando il padre, in qualità di ambasciatore della Repubblica di Irlanda, si trasferì nel ’34 a Washington.
I suoi primi scritti furono pubblicati sul “New Yorker” . Si trattava di brevi editoriali contenuti nella rubrica “ Talk of the Town “ destinati a raccontare la Manhattan degli anni '50 e ’60, in particolare quella compresa tra il Greenwich Village e l’Ottantesima Strada
Il passo che propongo descrive l’abitazione di un amico della scrittrice. Siamo sulla Decima Strada, tra la Quinta e la Sesta Avenue, quindi appena a nord di Washington Square.
... Sono tornata al Village e ora trascorro qualche giorno nell' appartamento di un amico che si trova a Londra. l' appartamento è piccolo, ordinato e individuale - per una sola persona, e dal momento in cui sono entrata qui giovedì con la mia valigia è rimasto distante ( cordiale ma distante ). " Noi non abbiamo segreti" sembravano dire le due piccole stanze " ma apparteniamo a "lui" ".
( ... )
Sono quasi le sei ( ... ) Un minuto fa, , o forse sono passati solo pochi secondi, c'è stato un acquazzone. Ha piovuto a catinelle. All'improvviso sono scoppiati i tuoni insieme ai lampi, e il cielo da bianco è diventato nero.
( ... )
Quando mi sono girata la stanza era piombata nella penombra, non rimaneva nulla della luce che l'aveva colpita tutto il giorno. Ora la camera è indefinita e inconsistente e appare per quello che è realmente - lo scenario accidentale di un sogno enigmatico che avevo già fatto prima, in altre stanze, e farò nuovamente, in stanze che non che non ho ancora visto. E' un sogno senza persone.
( ... )
La pioggia cade di sbieco formando delle pareti di roccia, e la sua forza ha trasformato la camera in una caverna, reale solo perchè vuota.
( ... )
La pioggia cade più rapida e nera che mai. Le finestre dell'appartamento accanto dove c'è la festa devono essere coperte di rivoli d'acqua - quasi spumeggianti - e anche la Decima strada deve essere ridotta ad un torrente di schiuma nera. ( ... ) La camera aspetta che accada qualcosa. Potrei accendere il fuoco, ma il mio amico ha dimenticato di lasciarmi la legna. Potrei accendere una lampada, ma l'elettricità non dà sensazioni vitali. Mi alzo, mi avvicino al giradischi e lo accendo senza cambiare il disco che ho sentito stamattina. Il suono si intensifica e si muove, afferrando i quadri, i libri e la mensola di marmo bianco scolorito del caminetto, come farebbe la luce delle fiamme. Ora questo posto non è più una caverna, ma una stanza con pareti che ascoltano in pace. Sento la musica e guardo la voce. Riesco a vederla. E' una voce da seguire con gli occhi della mente. " La Brave, c'est elle ". Non esiste nessun altra. E' Billie Holiday che canta.
( 11 novembre 1967 )
Da " Racconti di New York " ed. Bur
Maeve è morta nel’93. Ci ha lasciato raccolte di racconti ed un romanzo, “La visitatrice”.
- Camminare? Dove andiamo?
- Cominci a camminare.
A quell'altezza via Podzamcze correva lunga e diritta ( ... )
L' SS squarciava la neve ghiacciata con i suoi stivali ingrassati, e il suo profilo angoloso era rivolto al lucore davanti a loro. ( ... )
Cominciava a nevicare di nuovo. Come farfalle morte o ceneri spazzate dal vento, i fiocchi entravano nel cerchio luminoso in spirali stanche. Salle Weber tolse un bruscolo inesistente dal cappotto di Bora.
Nel bel mezzo della città, padre Malecki tornava a piedi dal Consolato americano. aveva appena telegrafato in Vaticano la notizia del decesso della badessa ( ... ). Incupito, percorse la Franciszkanska e imboccò la via tortuosa che conduceva alla chiesa del convento, la cui facciata barocca invadeva i marciapiedi con una scalinata di marmo.
Dalla fine della strada si alzò un fragore di cingoli metallici . ( ... ) Stridendo e rombando sul selciato, i Panzern cominciarono a sbucare dalla curva stretta di fronte a lui, dove la scalinata di una chiesa gesuita riduceva ulteriormente lo spazio. Come dinosauri, incedevano nel tanfo di carburante facendo tintinnare i finestrini e lo specchietto retrovisore dell'auto di Bora.
( ... ) si recarono insieme nel loro appartamento.
Era un edificio signorile di tre piani sulla Podzamcze, proprio sotto gli splendidi bastioni del castello di Wawel. ( ... ). Bora non aveva ancora varcato la soglia. Vide che, nonostante la targa di ottone col nome della famiglia fosse stato rimosso dalla porta, il nome stampato sotto il campanello era ancora leggibile, ed era un nome ebreo.
Nella saletta da pranzo al secondo piano dell'Hotel Francuski campeggiava una grande moquette con rose verde pallido su sfondo magenta. Bora pensò che assomgliavano a tanti cavolfiori stinti.
Il suo patrigno intendeva ripartire nel tardo pomeriggio.
Fedele alla forma, insistette per andare a piedi dal Francuski alla stazione, così lui e Bora passarono sotto l'arco di San Floriano, nel cui muro era incassato un altare, protetto da una finestrella che in quel momento appariva spalancata. C'era una suora inginocchiata a pregare.
La luce pomeridiana risplendeva nitida ed intensa, e per le strade gettava lunghe ombre dagli alberi e dagli edifici. più in alto il cielo era attraversato dalle scie sottili dei bombardieri diretti a est, tracce delicate come pentagrammi senza note.
E' riduttivo definire " Lumen ", come è stato fatto, un romanzo di genere, un giallo. Per la sua autrice, Ben Pastor, " Lumen" diviene un'occasione per dare vita letteraria ad una dimensione storica. Attraverso Bora, un tormentato capitano della Werhmacht, ed un sacerdote americano di origine polacca, padre Malecki, il lettore viene introdotto nella Cracovia dei mesi immediatamente successivi all'occupazione nazista e sovietica della Polonia nel 1939.
Ringrazio Franz ( alias Francesco, alias Marxx, alias SLec... ) che mi ha suggerito di leggere " Lumen " commentando un mio precedente post su Cracovia.